17 anni. 17 anni sono un impegno. Un impegno serio, che si prende dopo aver valutato, pianificato, discusso. Un impegno che, una volta preso, condizionerà le scelte e le opportunità di chi verrà dopo. È la storia di come una buona intenzione, l’efficienza energetica, possa nascondere una scelta miope e dannosa. È la storia di come la mancanza di trasparenza possa diventare un metodo di governo. È la storia di un’istituzione che dovrebbe proteggere il denaro pubblico e invece rischia di sprecarlo. È la storia di come decisioni complesse, che ipotecano il futuro di una comunità, vengano prese senza un vero dibattito, scavalcando il ruolo del Consiglio e dei cittadini.
Questa è anche la storia di un contratto in particolare. Un impegno da quasi 10 milioni di euro che legherà Cassina de’ Pecchi fino al 2042.
Questa storia purtroppo è appena diventata realtà. Lo scorso 29 settembre, la maggioranza ha approvato l’operazione, nonostante il nostro voto contrario e la nostra richiesta di fermarsi a riflettere. E se ve ne parlo oggi, è perché è necessario avere consapevolezza di quello che accade intorno a noi.
Quando ho letto le centinaia di pagine di documentazione, consegnate solo pochi giorni prima del Consiglio, ho provato a fare una cosa. Ho provato a ricostruire questa storia. Ho provato a scavare un po’, con l’aiuto di altri attivisti di Cammino Comune che ringrazio. E ne è venuta fuori una vicenda esemplare, che ci pone di fronte ad un bivio: siamo di fronte a scelte politiche consapevoli e calcolate, o a un caso di disarmante incompetenza? Il risultato per i cittadini, temo, non cambi.
La storia inizia con un’idea buona, quasi ovvia: rendere più efficienti i nostri edifici pubblici. Ma è come questa idea è stata messa a terra che solleva dubbi enormi. Prima di entrare nel merito delle critiche, vediamo cosa prevede, nel concreto, questo contratto. Semplificando un linguaggio volutamente tecnico, l’accordo si basa su alcuni pilastri fondamentali:
- ATES investe, ma a debito nostro: la società anticipa quasi 2 milioni di euro per realizzare i lavori di efficientamento (sostituzione caldaie, nuove lampade, etc.). Sembra un vantaggio, ma non lo è. Il Comune, infatti, si impegna a restituire l’intera somma, con l’aggiunta degli interessi, attraverso una pesante rata fissa annuale di circa 145.000 euro (chiamata “Canone di Disponibilità”) che pagheremo per 15 anni. In pratica, ATES ci fa un prestito e noi lo ripaghiamo. L’investimento è solo anticipato, ma il debito è tutto a carico dei cittadini.
- ATES gestisce tutto (o quasi): per 17 anni, ATES si occuperà della manutenzione e della fornitura del gas. Il Comune, in cambio, pagherà un canone per il servizio e un canone per l’energia consumata. Attenzione, però: le bollette della luce restano fuori da questo pacchetto.
- ATES garantisce il risparmio (ma chi controlla?): il contratto obbliga ATES a garantire un risparmio del 26,2% sul gas e del 50% sull’illuminazione. Se non ci riesce, deve pagare la differenza e fare nuovi lavori a sue spese. Una clausola forte, sulla carta. Ma, come vedremo, il controllo su questi risparmi, specialmente per l’elettricità, presenta delle criticità enormi.
Chiariti i termini dell’accordo, analizziamo perché questa operazione è così sbagliata. L’amministrazione ha affidato il compito alla società ATES, per 17 anni. Ma lo ha fatto senza una gara pubblica. La giustificazione data in Consiglio? “Abbiamo contattato un altro operatore che era meno conveniente”. Nessun documento scritto, nessuna analisi comparativa. Una chiacchiera, a fronte di un impegno da 10 milioni di euro.
E questo è solo l’inizio. Il cuore dell’investimento sono le caldaie. Caldaie a gas. Eppure, una legge europea già approvata, la direttiva “Case Green”, le metterà al bando nel 2040, due anni prima della fine del nostro contratto. In Consiglio abbiamo chiesto perché. La risposta del tecnico ATES è stata onesta nella sua brutalità: usare tecnologie del futuro, come le pompe di calore, richiederebbe un “intervento molto più invasivo”. Si è scelta la strada più facile e obsoleta oggi, pur sapendo che è quella sbagliata per il domani. Stiamo pagando per un impianto che saremo obbligati a smantellare.
A questo punto, la maggioranza ha sfoderato il suo asso nella manica, l’argomento usato per presentare questa operazione come avveniristica: la promessa di trasformare le due scuole materne in edifici N-ZEB, a consumo energetico quasi zero. Una visione ambiziosa, che noi di Cammino Comune sosteniamo da sempre. Peccato che, anche qui, la realtà svelata dai documenti e dalle stesse parole dei tecnici in aula sia ben diversa.
Primo, è una promessa basata su una scommessa. L’intera operazione N-ZEB si regge sulla speranza di ottenere futuri e cospicui finanziamenti statali. E chiunque abbia un minimo di esperienza con la pubblica amministrazione sa che gli incentivi non sono mai certi al 100%. I bandi cambiano, i fondi si esauriscono, le priorità politiche mutano. Ma anche se questa scommessa dovesse andare a buon fine, c’è un costo nascosto. Lo ha ammesso candidamente lo stesso Amministratore Delegato di ATES in Consiglio: gli incentivi potranno coprire fino all’80-85% dell’intervento, “lasciando a carico della dell’amministrazione veramente una parte, tra virgolette residua”. Questa “parte residua”, un 15-20% che su un progetto milionario significa centinaia di migliaia di euro, sarà interamente a carico dei cittadini. Un costo futuro, non quantificato e non coperto, che richiederà nuovi tagli o nuovi debiti.
Secondo, è una distrazione. Mentre si sventola la bandiera “green” di due scuole del futuro, si fa passare sotto silenzio il cuore di questo contratto: un investimento da quasi 2 milioni di euro per installare caldaie a gas in tutto il resto del patrimonio comunale. Si usa un progetto ecologico per mascherarne uno obsoleto. Infine, la beffa finale, confermata in aula dal rappresentante di ATES: il contratto da 10 milioni che la maggioranza ha approvato non finanzia la realizzazione delle scuole N-ZEB. Finanzia solo ed esclusivamente la loro “progettazione”. Paghiamo per i disegni, non per i mattoni. Si sta usando il miraggio di un progetto futuro, di cui si pagano solo le bozze, per far digerire un investimento sbagliato oggi.
Ma c’è un problema in più. Vedete, l’intero contratto è stato approvato “a scatola chiusa”. In Consiglio, la maggioranza ha ammesso che questo è solo “il primo mattoncino” e che la progettazione esecutiva deve ancora essere fatta. Si vota prima, si progetta dopo. I rischi? Enormi. E qui arriviamo a un esempio che dimostra tutta l’assurdità di questa procedura. Il piano di ATES prevede un investimento colossale da 250.000 euro per il revamping e la sostituzione delle caldaie della scuola primaria di Piazza Unità d’Italia. Una cifra enorme. Peccato che i documenti non specifichino quali delle diverse caldaie del plesso verranno sostituite. Questa vaghezza è gravissima, soprattutto alla luce di un fatto: a fine 2024, il Comune ha già speso soldi pubblici per sostituire in somma urgenza la caldaia della mensa di quella stessa scuola. Come possiamo essere sicuri che parte di questi 250.000 euro non vada a coprire un intervento già fatto? Semplicemente, non possiamo. L’amministrazione ha chiesto un voto di fiducia al buio, senza fornire i dettagli necessari per escludere un palese spreco di denaro pubblico.
E poi c’è la questione dei soldi. Per questa operazione, la maggioranza ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione per un mutuo da 2 milioni di euro. Ma il contratto prevede che il Comune ripaghi l’investimento ad ATES con una comoda rata annuale, per 15 anni. Allora perché indebitarsi subito, pagando interessi su soldi che non servono immediatamente? La risposta data in aula (“così otteniamo tassi migliori”) non risolve il problema politico: si è vincolato il Comune a un debito ventennale per una spesa futura e sulla base di progetti inesistenti. È una mossa per blindare l’operazione e legare le mani a chi verrà dopo.
E tutto questo per cosa? A fronte di un impegno milionario, il risparmio netto per il Comune sarà di soli 17.000 euro all’anno. E si vedrà a pieno regime solo dal 2028.
Infine, la beffa. Il contratto garantisce un risparmio del 50% sull’energia elettrica. Ottimo. Peccato che le bollette le continui a pagare il Comune. E la verifica del risparmio? Si basa su un report che ATES stessa fornirà una volta l’anno. Il controllato fornisce i dati al controllore. Una garanzia scritta sulla sabbia.
Per questo, come Cammino Comune, abbiamo chiesto il ritiro del punto. Per approfondire, per discutere, per trovare una soluzione migliore e condivisa. La maggioranza ha rifiutato. Noi, di fronte a un’operazione così palesemente miope, opaca e sconveniente, abbiamo ritenuto che l’unica posizione responsabile fosse un “NO” chiaro e forte. Un “no” non all’efficienza energetica, ma a questo modo di realizzarla: un modo che guarda al passato, non al futuro della nostra città.